Dall’8 settembre al 4 novembre all’ex Monte dei Pegni di Palazzo Branciforte

Fondazione Amedeo Modigliani

Dall’8 settembre al 4 novembre all’ex Monte dei Pegni di Palazzo Branciforte

A Palermo le riflessioni artistiche di Marzia Migliora tra politica e memoria

Marzia Migliora, A Dora D., 2018, stampa fotografica fine art ai pigmenti. Courtesy l’artista, Fondazione Merz, Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli Samantha De Martin
06/09/2018
Palermo - Per circa due secoli all’intricato labirinto di stanze con scaffalature in legno del deposito del Monte di Pietà, gli indigenti di Palermo hanno affidato doti, corredi e oggetti personali in cambio di poche monete, per poi cercare, un giorno, di tornare a riscattarli.
Dalle forti suggestioni emanate da questo emblematico luogo del capoluogo siciliano, prende forma il progetto di Marzia Migliora che, a partire dalla memoria storica dell’edificio, cuce un collegamento con il presente da cui scaturisce una riflessione politica e sociale sulla condizione dell’uomo contemporaneo.
Nata dalla collaborazione tra Fondazione Merz e Fondazione Sicilia, l’esposizione dal titolo Voce del verbo avere - a cura di Valentina Bruschi e Beatrice Merz - si inserisce tra le iniziative di Palermo capitale italiana della cultura 2018 oltre che nel programma di mostre ed eventi avviato nel 2017 dalla Fondazione Merz per la Città di Palermo, Punte brillanti di lance.
Dall’8 settembre al 4 novembre l’ex Monte dei Pegni di Palazzo Branciforte ospiterà l’intervento di Migliora che rappresenta l’ideale prosecuzione della personale Velme, realizzata a Venezia nel 2017 dalla Fondazione Merz. Fondazione che, come ha spiegato l’artista, è anche “il catalizzatore dell’incontro con questo luogo fortemente legato alla storia di Palermo".

"La Fondazione Merz - racconta Migliora - mi ha invitata a lavorare in questo spazio, per sua natura fortemente connesso alle tematiche sulle quali lavoro da tempo. Le opere che ho realizzato per l’ex Monte dei Pegni di Santa Rosalia sono nate da riflessioni legate alla funzione del Banco dei Pegni, definibile, ieri come oggi, la banca dei poveri. I miei lavori traggono origine dall’ attenzione per l’individuo e per il suo quotidiano. Eventi minori, fatti d’attualità e memorie personali fungono da stimolo per trattare temi come l’identità, le contraddizioni, il desiderio e la responsabilità, toccando la storia presente e passata e mettendo in relazione luoghi e narrazioni”.

La fabbrica illuminata, installazione realizzata originariamente dall’artista per Velme e parte del percorso a Palermo, sarà affiancata da tre opere inedite, concepite appositamente per lo spazio espositivo siciliano.
Cinque banchi da orafo accolgono un blocco di salgemma grezzo in procinto di essere lavorato. Il sale - l’“oro bianco” tanto importante nella storia commerciale del Mediterraneo - è scelto dall’artista per l’opera La fabbrica illuminata come emblema dello sfruttamento delle risorse naturali e della forza lavoro necessaria alla sua trasformazione in merce e, quindi, in guadagno. Dal sale deriva il termine ‘salario’, la retribuzione in denaro di un lavoratore.

Il percorso scivola poi lungo le tre opere inedite concepite appositamente per questi spazi. Voce del verbo avere apre l’esposizione, che, più che una semplice mostra, rappresenta un viaggio di impegno civile e politico di grande potenza. L’installazione trae suggestione dall’obolo di Caronte, la moneta d’argento che, nella mitologia, veniva posta nella bocca dei defunti che dovevano consegnarla al traghettatore di anime per avere accesso all’universo dei morti. L’artista si riappropria della simbologia antica collocando una dracma greca degli anni Trenta - con raffigurata la dea Demetra e la spiga di grano - sospesa però all’interno della mandibola di uno squalo. In questa prima installazione il concetto di fame assume due differenti accezioni: ora è bisogno, conseguenza della crisi economica di cui la Grecia è stata simbolo; ora assurge a insaziabile brama di potere.

“L’arte - spiega Migliora - ha, ha avuto e avrà sempre un forte potere rivoluzionario. Per me è importante mantenere al centro della mia ricerca ciò che ci circonda: il tessuto sociale, la relazione con l’altro inteso, sia come individuo che in senso più ampio, come le istituzioni che regolano la comunità”.

Una fede originale del 1935 con l’incisione “Oro alla Patria. 18 dicembre 1935”, stretta nella morsa di una pinza odontoiatrica dentata, connota invece l’installazione Pane di bocca. La scritta evoca La Giornata della fede, una campagna di propaganda promossa dal regime fascista rivolta al popolo italiano a sostegno della guerra in Etiopia. I cittadini venivano chiamati a consegnare alla Patria le proprie fedi nuziali, in cambio di un anello di latta inciso, come quello che il pubblico può osservare in mostra. L’opera allude al concetto di fede, nel binomio dare-avere tra l’autorità dello Stato e il popolo che lo abita.

L’arte della fame chiude il percorso. Per il titolo di quest’opera - un carosello in cui alcune tassidermie di allodole rincorrono, in un circuito perpetuo, una pepita d’oro che ricorda una mollica di pane - Migliora attinge dal saggio di Paul Auster. In questa installazione il richiamo alla struttura in legno del Monte di Pietà, con il suo complesso di linee verticali e orizzontali che si intrecciano su più piani, a cucire una sorta di grande voliera o di gabbia, è forte.

Ma l’immagine guida della mostra rimane la fotografia che ritrae il corpo dell’artista in dialogo con la struttura del deposito. Un omaggio a Dora Diamant, la donna che si prese cura di Franz Kafka nella fase terminale della sua vita quando l’autore compose il suo ultimo racconto intitolato Un digiunatore. Qui il protagonista si esibiva pubblicamente in una gabbia, sorvegliato da tre guardiani, trovandosi nella paradossale situazione di guadagnarsi il pane digiunando.

“Voce del verbo avere - continua l’artista - ha come centro il nostro rapporto con il sistema economico nel quale tutti siamo inseriti e forse intrappolati”.
E infatti le tematiche del cibo, della fame, del denaro che affranca istituendo insieme nuove schiavitù, muovono dal concetto di economia, scomponendone l’etimo per indagare l’ oikos (il tema della casa, intesa come famiglia, ma anche come beni e comunità) ed il nomos (un chiaro riferimento alle regole). Al Monte di Pietà i due concetti si ricongiungono con le persone indigenti costrette a impegnare i beni di famiglia (oikos), per cercare di adempiere alle norme imposte dallo Stato e dalla comunità e per assolvere i bisogni primari di sussistenza (nomos).

Ma cosa si aspetta Marzia Migliora dal suo intervento in Sicilia?
“Spero che i fruitori si sentano soggetto attivo di questo lavoro, quali attori che determinano il presente e che le opere che ho pensato per questo luogo straordinario possano sollecitare e muovere pensieri inediti, sguardi trasversali e riflessioni aperte”.

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